Come cambia la comunicazione politica: dal fenomeno startup a sfigati con reddito zero

Non amo parlare di politica, cerco sempre di tenere per me certi una parte dei miei ideali politici, forse pensando che il campo professionale sia separato dalle ideologie politiche. Ma rimango sempre fedele cercando di trasportare quegli stessi ideali anche nel mio lavoro.

Questa volta mi concedo una riflessione politica, anche se in questo caso è più una riflessione sulla comunicazione politica, dopo aver letto questo articolo di Giuseppe Turani per Tiscali sulla vicenda “reddito zero” di alcuni rappresentanti del Movimento 5 Stelle.

Concedetemi ancora una riga di prologo: non sono un convinto sostenitore del Movimento.

Il sig. Turani si scaglia a zero sui parlamentari e senatori del M5S per avere dichiarato zero reddito, o poco più, prima di entrare in politica. Quello che è sbagliato è che per criticare questi politici colpisce le generazioni di cui fanno parte, quelle che con il reddito zero ci hanno convissuto e per parecchio.

Da questa piccola ricerca si scopre che Grillo ha scoperto e mandato in parlamento un gruppo di sfigati, senza una professione e senza un reddito. Una volta, quando andava più di moda la letteratura americana, c’era un termine preciso per tipi così: drop out. Si può tradurre con sbandati, emarginati volontari, gente che rifiuta la società e che si getta nel primo fosso che incontra. Meravigliosi ragazzi.

Questo è solo un estratto, ma tutto l’articolo ha toni simili verso chi a 27 anni aveva reddito zero. Dico 27 anni perché Di Maio è diventato Vice Presidente della Camera a quell’età, il suo primo incarico politico retribuito (a quanto sembrerebbe).

Forse al giornalista, classe ’41, sfugge che, oggi, a 27 anni è abbastanza normale che un ragazzo sia ancora a reddito zero. Probabilmente sta finendo l’università (anche se Di Maio non l’ha finita, come, per esempio, tanti altri deputati della sua età) e affianca il suo percorso a lavoretti per sbarcare il lunario, o prova a crearsi un lavoro, o magari una carriera politica, o mette in pratica approfondendo ciò che sta imparando.

Insomma tutti espedienti da reddito zero. Sono investimenti su se stessi, su crearsi qualcosa per il futuro.

Ma il sig. Turani ha il diritto di dire questo, è un giornalista. Anche se l’attacco non arriva sul campo delle capacità politiche dei deputati grillini, ma piuttosto sulla loro dichiarazione dei redditi. Quello per cui sono deluso è che le generazioni dagli anni ’80 in poi adesso rischiano di essere strumentalizzate dalla comunicazione politica.

Quando fa comodo siamo il popolo delle partite IVA, dei voucher, degli stage gratuiti, dei laureati ultraspecializzati disoccupati, dei ricercatori sottopagati, della fuga dei cervelli all’estero e del fenomeno startup per reinventarsi. Da adesso possiamo essere quelli che, per dirla con parole dell’articolo, non hanno un lavoro nella vita civile.

Ripeto, non è mio interesse difendere il M5S, ma ancora una volta mi ha deluso che questa retorica generalista sia stata condivisa da chi conosce la reale situazione perché vive quotidianamente al fianco di questi ragazzi e lavora per cambiare le cose. Ma davanti alla politica di partito, pur di screditare l’avversario, è disposto a mettere tutto da parte. Un po’ come in amore: si è disposti a tutto.

La comunicazione politica ormai non verte più sul proprio programma politico o sulle riforme messe in atto nelle precedenti legislature e ciò che hanno portato, ma sul screditare l’avversario anche a costo di generalizzare pericolosamente colpendo coloro che fino all’altro giorno erano considerati la speranza della ripresa economica dell’Italia di domani.

Scritto da
Damiano Congedo
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